martedì 27 ottobre 2009

LA FABBRICA DEL MONDO: LO SFRUTTAMENTO IN CINA

- di Romina Arena -

Il miracolo economico cinese ha reso il Paese una pestifera fabbrica mondiale in cui al progresso sfrenato si mischiano le condizioni disumane del lavoratori che quello sviluppo hanno contribuito a forgiare senza trarne in cambio altro che sfruttamento e povertà. Un breve viaggio in questa miseria vuole tentare di fare luce sulle miserevoli condizioni dei lavoratori in questo pezzo di Asia.

La corsa al capitalismo sfrenato, la crescita economica pachidermica, l’invasione dei mercati con merci di scarsa qualità, nocive per la salute dell’uomo, l’impoverimento dell’ambiente e l’alto tasso di inquinamento sono il prezzo da pagare per diventare grandi. Ma il conto, come sempre nella storia, non lo paga chi ordina dal menù, ma chi serve al tavolo: i lavoratori, le donne, gli uomini ed i bambini che sulla loro pelle vivono una quotidiana violazione dei diritti umani.

Questo è quanto accade nella Cina del miracolo economico.
La coscienza civile si indigna, ma le istituzioni, i grossi circoli economici e le multinazionali tacciono.
La Cina muove miliardi, perché infastidirla più del dovuto?

Le dichiarazioni ufficiali in merito alla violazione dei diritti umani non vanno oltre un registro diplomaticamente sostenibile, fatto di “si esprime la preoccupazione”, “dura condanna”, senza che a questo segua nulla di concreto.

Dopo i fatti di Piazza Tienanmen, nel 1989, gli Stati membri dell’Unione imposero sanzioni pesanti sugli aiuti ed il commercio e la sospensione delle relazioni diplomatiche con Pechino. Furono così sospesi i nuovi progetti di aiuto e bandita la vendita delle armi. Ma la cosa durò poco essendo quasi immediatamente ripreso un graduale aumento dell’assistenza allo sviluppo, mentre le repressioni dei dissidenti aumentarono.

Sembra che le sanzioni siano state prese più che altro per dimostrare all’opinione pubblica che l’Unione europea non stava a guardare e volendo fare credere di assumere delle posizioni in merito.

Non si è infatti mai fatto riferimento al ricorso a misure negative, come un embargo commerciale; oppure a misure economiche restrittive, a sanzioni diplomatiche, né si rinnovò il supporto alla risoluzione della Commissione Onu sui diritti umani che condannava la Cina e che fino al 1989 era invece stata sottoscritta congiuntamente da tutti gli Stati membri. Le opportunità di commercio ed investimenti intraviste dagli Stati membri nell’economia cinese in rapida espansione richiedeva la necessità di chiudere un occhio sui diritti umani, assumendo le ragioni del mercato e dell’interesse affaristico.

In questo caso, chiudere un occhio significa guardare più al business che alla vita dei cinesi dietro la quale esiste una miseria che si schianta contro il luccichio del progresso.

Nel 2001 Kiu Jingmin, vicepresidente del comitato promotore delle Olimpiadi di Pechino 2008, affermò che portare i Giochi in Cina avrebbe significato aiutare lo sviluppo dei diritti umani. Ormai lontani da quell’evento, il risultato è una macchina pantagruelica che ha fagocitato forza lavoro sfruttata e sottopagata, priva dei più elementari dei diritti. Amnesty International chiama “sottoclasse urbana”, la manodopera costituita da milioni di migranti che dalle campagne si spostano nelle città in cerca di lavoro.

Forse sarebbe più corretto chiamarla “sottoclasse urbanizzata”, ma questo non cambia il fatto che siano esclusa da qualsiasi forma di servizio sanitario ed educativo statale, costretti a vivere in condizioni disumane e lavorare sotto il più agghiacciante degli sfruttamenti, senza nessuna copertura sindacale dal momento che l’unico sindacato presente sta dalla parte dei padroni.

Chi si sposta dalla campagna alla città per lavoro è considerato residente temporale: uno status da ottenere attraverso una procedura burocratica estremamente complessa (sistema dello hukou). Se si pensa che gran parte della popolazione rurale cinese sia analfabeta questo complica ancora di più le cose.

Gli strumenti nelle mani dei datori di lavoro sono molteplici e sapientemente mescolati formano un cappio ben stretto intorno al collo dei lavoratori. Chi manifesta l’intenzione di licenziarsi rischia di vedere decurtato il proprio stipendio di circa 3 mensilità; in vista del Capodanno le paghe vengono congelate così da costringere i lavoratori a rientrare subito sul posto di lavoro.

Così mentre in occidente dalle vetrine spuntano invitanti un paio di Timberland che costano 150 euro, in Cina un ragazzino di 14 anni guadagna 45 centesimi per cucirle, lavorando 16 ore al giorno, senza assicurazioni sanitarie, rischiando la salute per i prodotti altamente tossici utilizzati senza alcuna forma di protezione.


Proprio il caso Timberland, in qualche modo, ha permesso di aprire uno spiraglio nel vaso di pandora che è il sistema lavorativo cinese. Gli operai hanno parlato, hanno denunciato la Kingmaker footwear, un’azienda subappaltata che ha come unico committente la Timberland. Ha 4.700 dipendenti di cui l’80% donne e poi anche ragazzini tra i 14 ed i 15 anni. In fabbrica si entra alle 7:30 e si esce alle 21:00; due pause per pranzo e cena e straordinari obbligatori anche dopo l’orario ufficiale di lavoro.

China Labor watch, un’associazione umanitaria, ha raccolto le testimonianze degli abusi e delle torture subite tra le mura di quell’azienda che lavora su licenza per il più prestigioso marchio americano che nel 2004 la rivista Fortune incoronò come migliore azienda dell’anno per le relazioni umane. I lavoratori denunciano orari di lavoro massacranti che aumentano in determinati periodi dell’anno in corrispondenza con l’aumento degli ordini; puntano il dito contro una paga mensile di 757 yuan, pari a circa 75 euro, il 44% della quale viene detratto per pagare vitto ed alloggio (camerate in cui si stipano 16 persone su brande di metallo e mense che servono cibo avariato). Una mensilità viene sempre trattenuta a mo di caparra per vincolare l’operaio al posto di lavoro.

La Timberland si scusa, assicura, attraverso il suo direttore per le relazioni esterne, Robin Giampa, che le responsabilità verranno accertate e che i problemi relativi alle condizioni di lavoro “verranno risolti”.

Peccato che sia stata necessaria l’esasperazione e la disperazione degli operai a fare venire fuori il marcio dall’azienda e non i sopralluoghi che la Timberland, due volte l’anno, conduce sulle fabbriche cinesi che lavorano per suo conto.

La Timberland, però, non è l’unica a rimestare nel torbido. Anche la Puma, con le sue scarpe da 178 euro, non scherza anche se un lavoratore cinese, pensate, per la loro produzione guadagna ben 90 centesimi di dollaro.

Il colosso tedesco ha la propria fabbrica per procura, la Pou Yuen, nel Guandong, cuore pulsante della fabbrica mondiale, con 30000 dipendenti che lavorano dalle 7 del mattino alle 23, senza protezione, soprattutto quelli destinati al reparto confezione, dove si incollano le scarpe.

In occidente, ma facciamo l’esempio dell’Italia, troviamo molto convenienti quei prodotti che si vendono nei negozi cinesi che hanno ormai monopolizzato il mercato.

Non ci sfiora neanche l’idea di cosa possa esistere dietro quello che non additiamo falsamente come un affarone, perché in Cina lo sfruttamento non porta solo il nome del grosso brand.

Esiste lo squallore di piccoli padroni senza scrupoli, che lavorano in proprio, sfruttando manodopera minorile; ragazzini tra i 12 ed i 13 anni affetti da herpes per l’inquinamento da coloranti industriali, con problemi alla vista per le ore passate a fissare gli aghi che cuciono i vestiti.

Già, i bambini. Dovrebbero giocare, andare a scuola, divertirsi e crescere sereni. Tutti i bambini? In teoria si, ma in pratica questo è un privilegio che pare spettare solo ai grassi e fortunati bambini occidentali, mentre gli altri schiattano dentro le fabbriche. Quelle appaltate dalla Disney, per esempio, come la Yiuwah, che serve anche Coca-Cola e Ma Sha, per la grande distribuzione in tutti gli Stati Uniti, il Canada, la Germania, il Belgio, l’Australia, il Giappone.

La Yiuwah viola sistematicamente i diritti dei lavoratori spesso minorenni se non addirittura bambini, costretti a lavorare, per lo più senza un regolare contratto, in ambienti insalubri per 0,71 centesimi di dollaro l’ora ed alle donne sono negate le aspettative per la maternità. Questo è quello che emerge dal rapporto condotto da Clw nell’aprile di quest’anno.

Il progresso si ciba della disperazione. Per una famiglia della Cina rurale, con uno stipendio annuo fissato intorno ai 200 euro, mandare il proprio figlio in fabbrica è il modo più logico per sopravvivere. Per le ragazzine, nel Guandong esiste anche un’altra alternativa: la prostituzione.

Non era esattamente questo che ci si aspettava dallo sviluppo quando Roosevelt parlò di quelle libertà tra cui spiccava anche quella dal bisogno.

Fonte: Terranauta
FONTE

Nessun commento:

Posta un commento