sabato 15 agosto 2009

Cose di Mafia e di terrore

[CartaCapital]

Titolare della cattedra di Storia Contemporanea all’Università di Palermo, Salvatore Lupo ha appena lanciato il libro “Quando la Mafia trovò l’America”. La ricerca storiografica su quest’incontro, la scoperta degli Stati Uniti, racchiude un arco temporale che va dal 1888 al 2008.

Sui metodi mafiosi usati, i paragoni con il Brasile sono inevitabili. Queste consuetudini secolari si sono radicate anche qui. La Mafia, come i vari José Sarney, Renan Calheiros, Arthur Virgílio, Jader Barbalho [politici brasiliani, N.d.T.], per nominare solo i più noti, agisce da parassita. Succhia dallo Stato per ottenere vantaggi che non hanno a che vedere con l’interesse pubblico. Quando è necessario vengono prese delle decisioni segrete.

A New York, quando cominciò a chiamare la Mafia siculo-americana Cosa Nostra, il superboss Lucky Luciano fu tradito dal proprio inconscio. In verità, non si trattava, come disse in quella celebre riunione di “affari”, di trasformare l’organizzazione in un fortino privato. L’obiettivo era far diventare lo Stato cosa loro, con politici, magistrati, poliziotti e funzionari della pubblica amministrazione cooptati, subordinati e sfruttati: esisteva perfino il settore di Cosa Nostra nel Parlamento e nella Giustizia.

In Brasile il Parlamento federale si è trasformato in una cosa per pochi privilegiati. E i parassiti in colletto bianco brillano nelle conquiste di capitoli d’investimento, privatizzazioni, terziarizzazioni, concessioni, partenariati, accessi a fondi pensione e cose simili. Totò Riina, un tempo capo dei capi della Mafia, sarebbe orgoglioso di sapere come i metodi della sua centenaria societas criminis si sono diffusi in Brasile. Forse potrebbe nascere un istituto d’isegnamento a distanza, a Brasilia [sede del Parlamento, N.d.T.], in terreni donati ufficialmente con soldi per la costruzione di una sede a fondo perduto per far ottenere una specializzazione ai picciotti di mafie con esame di casi interessanti. A proposito, Daniel Dantas [banchiere brasiliano, capo del gruppo Opportunity, sospettato di essere coinvolto nel trasferimento di fondi al partito del presidente Lula, N.d.T.] potrebbe tornare a dare lezioni e a scambiare esperienze con gli studenti.

Il movimento sociale italiano che combatte la criminalità organizzata ha più di un secolo di età, come ci insegna Umberto Santino nel libro “Storia del Movimento Antimafia”. E si è riusciti a scoprire il solido legame tra la Mafia e la politica dei partiti.

L’esempio più forte è stato quello di Giulio Andreotti, sette volte primo ministro e condannato definitivamente per associazione mafiosa: ha beneficiato della prescrizione. L’anno scorso, l’ex governatore della Sicilia Totò Cuffaro si è dimesso dopo essere stato condannato per favoreggiamento alla Mafia in appalti pubblici. Quanto all’europarlamentare Salvo Lima, braccio destro di Andreotti in Sicilia, la Mafia stessa ha deciso di comminargli la pena di morte. Venne considerato un paraculo, persona che pensa ad ottenere vantaggi solo per sé stessa.

Questa settimana il premier Silvio Berlusconi è stato nominato in un processo di Mafia nel quale è imputato il senatore siciliano Marcello Dell’Utri. Dell’Utri, che fondò con l’amico Berlusconi il movimento politico Forza Italia, è ricorso in appello dopo la sentenza che l’ha condannato a nove anni di reclusione per appartenenza alla Mafia. I giudici della Corte d’Appello hanno deciso di ascoltare come testimone Massimo, figlio del defunto capomafia Vito Ciancimino, che fu sindaco di Palermo.

Quando ancora era sindaco ed era rinchiuso nel carcere dell’Ucciardone di Palermo, Ciancimino ricevette una lettera di Bernardo Provenzano, che divideva con Totò Riina il governo della Mafia. Perché arrivasse a Ciancimino, la lettera fu consegnata a Massimo da Pino Lipari, all’epoca “ministro delle finanze” delle Mafia e oggi collaboratore di giustizia.

Ai giudici della Corte d’Appello Massimo ha riferito trattarsi della lettera che avvisava dei futuri sequestri e dell’esecuzione del figlio di un politico come rappresaglia per aver tradito la Mafia. Massimo seppe dal padre che il politico in questione era Silvio Berlusconi. Grazie all’intervento di Ciancimino l’ordine di Provenzano fu revocato: la lettera sarà esaminata la prossima settimana.

Come si capisce, i politici attraversano pessimi momenti anche fuori dal Brasile. Negli Stati Uniti, l’indignazione del momento è rivolta all’ex vice presidente Dick Cheney, esecutore della politica di terrorismo di Stato durante il governo Bush. Cheney proibì alla CIA di comunicare al Congresso, come prevedeva la legge, il progetto governativo che stabiliva di uccidere segretamente e torturare terroristi.

Per Cheney, come sanno bene Sarney e Calheiros, le indagini finiscono sempre per dilatarsi. Per esempio, si può anche verificare la scomparsa di 190 mila fucili destinati dal governo Bush alle nuove forze armate irachene. Nel 2004, l’impresa KRB, appartenente al gruppo Halliburton, di proprietà di Dick Cheney, smise di consegnare al governo dell’Iraq le armi pagate dal governo americano e le diede per disperse. Attenzione: l’impresa di Cheney ricevette denaro per l’acquisto, si impegnò ad inviare le armi e non restituì la somma dopo la mancata consegna. Si sa solo che i fucili non furono inviati a una mostra nel Convento delle Mercês, sponsorizzata da Petrobras [compagnia petrolifera nazionale brasiliana, N.d.T.].

[Articolo originale "Coisas da Máfia e do terror" di Wálter Fanganiello Maierovitch]

http://italiadallestero.info/archives/7082
FONTE

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