martedì 27 ottobre 2009

Tremonti (vice) Presidente: i retroscena

E' da qualche giorno che non si vede e non si sente Berlusconi. Prima se n'è andato da Putin, poi ha addirittura ritardato il rientro inventandosi un'inesistente bufera di neve. Ora dicono che abbia perfino preso la scarlattina. Sembra ci sia un'epidemia tra le ragazzine russe…

In realtà Berlusconi vuole stare defilato fino a che non verrà trovato un accordo su Tremonti, che – con il patrocinio di Bossi – ha chiesto di diventare Vice-Presidente del Consiglio (con delega dell'Economia). Bossi si sta probabilmente preparando per il dopo-Berlusconi e, non essendoci possibili candidati premier tra gli esponenti della Lega, sta puntando sul "pidiellino" più vicino al suo partito, ovvero Tremonti. Non è un mistero, infatti, che il Ministro dell'Economia e delle Finanze condivida molte delle idee di Bossi e che in passato abbia addirittura ipotizzato un passaggio dal PdL alla Lega.

Tremonti sa che, se venisse nominato vice-premier (e ora ne ha la possibilità, grazie al supporto di Bossi), egli diventerebbe automaticamente il candidato naturale per succedere a Berlusconi, con buona pace degli altri contendenti, Fini in primis. Resosene conto, l'ex presidente di AN ha chiarito che, se Berlusconi decidesse di dare a Tremonti la vicepresidenza del Consiglio, sarebbe “la fine del berlusconismo”. Un eventuale “cedimento” del Presidente del Consiglio avrebbe, secondo Fini, “conseguenze disastrose nel PdL, alleanze comprese”. E nonostante Bossi dica che Tremonti è un grande amico di Berlusconi, sappiamo che tra i due non sempre corre buon sangue, come quando nel 2004 il Ministro lasciò il Governo.

Gli altri ministri del PdL, come Brunetta, commentano diplomaticamente la vicenda, chiedendo a Tremonti di non diventare vice-premier, visto che è tanto bravo a fare il Ministro dell'Economia. Così bravo che l'Italia è il quinto paese al mondo per debito pubblico (dopo Zimbabwe, Giappone, Libano e Jamaica) e l'unica misura che il "miglior Ministro dell'Economia in Europa" è capace di inventarsi è lo scudo fiscale. E so già quello che alcuni di voi stanno pensando… "Colpa della sinistra, che non ha fatto niente e ha lasciato buchi enormi nel budget". La sinistra non avrà fatto niente, ma mi sembra che negli ultimi 9 anni Berlusconi sia stato al Governo per 7 e Tremonti sia stato ministro per 6. Quindi la responsabilità è di tutti e principalmente del PDL.

Berlusconi, d'altra parte, non ha grandi possibilità di manovra: a causa della bocciatura del lodo Alfano ha disperato bisogno di far passare la riforma della giustizia, per la quale gli servono i voti della Lega. Bossi, quindi, lo tiene in pugno, sapendo anche che non ha nulla da perdere: la Lega è più forte che mai e in caso di elezioni anticipate avrebbe solo da guadagnarci.
E anche se il Governo non cadesse potrebbe sempre chiedere qualcosa in cambio, tipo la presidenza di un paio di regioni (cough… Veneto… cough Lombardia…).


http://voglioresistere.blogspot.com/2009/10/tremonti-vice-presidente-i-retroscena.html
FONTE

La macchina del fango

- di GIUSEPPE D'AVANZO -

Berlusconi si cucina da solo i suoi guai. Distrugge, di giorno, i muri che i suoi consiglieri fabbricano, di notte, per difenderlo. Quelli si erano appena rimboccati le maniche, con buona volontà, per riproporre - complici, le debolezze di Piero Marrazzo - la separatezza e l'inviolabilità della sfera privata dalla funzione pubblica (ancora!).

Salta fuori che l'Egoarca ha avvertito per tempo il governatore: "C'è in giro un video contro di te". Frammento superbo della nostra vita pubblica. Merita di essere analizzato, e con cura. Viene comodo farlo in quattro quadri.

Nel primo quadro, bisogna riscrivere con parole più adatte quel che sappiamo. Non il signor Silvio Berlusconi, ma il presidente del consiglio - proprietario del maggior gruppo editoriale del Paese - allerta il governatore "di sinistra" che il direttore di una sua gazzetta di pettegolezzi (Chi) ha in mano un video che lo compromette. Glielo ha detto la figlia (Marina, presidente di Mondadori). A questo punto, il capo del governo potrebbe consigliare all'altro uomo di governo di non perdere un minuto e di denunciare il ricatto all'autorità giudiziaria. Nemmeno per sogno. Il presidente del Consiglio indica all'altro attraverso chi passa il ricatto, ne fornisce indirizzo e numero di telefono: che il governatore si aggiusti le cose da solo mettendo mano al portafoglio e "ritirando la merce dal mercato", come pare si dica in questi casi. È la pratica di uomini che governano senza credere né alla legge né allo Stato, né in se stessi né nella loro responsabilità. In una democrazia rispettabile, l'argomento potrebbe essere definitivo. Nell'"Italia gobba", la legalità è opzione, mai dovere, e quindi l'argomento diventa trascurabile. Trascuriamolo (per un attimo solo) e immaginiamo che Marrazzo riesca nell'impresa di ricomprarsi quel video.

È il secondo quadro. Vediamo che cosa accade a questo punto. Piero Marrazzo annuncia la sua seconda candidatura al governatorato. Si vota in marzo. Il candidato "di sinistra" è consapevole che il suo destino politico e personale è nelle mani del leader della coalizione "di destra". In qualsiasi momento, quello può tirare la corda e rompergli il collo. A quel punto, a chi appartiene la vita di Piero Marrazzo? A se stesso, alle sue decisioni politiche, ai suoi comportamenti privati o alla volontà e alle strategie dell'antagonista? È una condizione di vulnerabilità politica che dovrebbe consigliargli la piena trasparenza a meno di non voler diventare un burattino. Al contrario, Marrazzo tace e tira avanti. Scoppia lo scandalo e mente ("È una bufala", "Non c'è alcun video"). Lo scandalo diventa insostenibile e ancora rifiuta la responsabilità della verità: non dice dell'avvertimento di Berlusconi; non dice come si procura il denaro che gli occorre per le sue scapestrate avventure. (Sono buone ragioni per chiedergli di nuovo le dimissioni perché non è sufficiente l'ipocrita impostura dell'autosospensione). Quel che accade al governatore ci mostra in piena luce come funziona "una macchina".

È il terzo quadro. Al centro della scena, i direttori delle testate di proprietà del presidente del Consiglio (o da lui influenzate). In questo caso, Alfonso Signorini, direttore di Chi, già convocato d'urgenza da una vacanza alle Maldive per confondere, con una manipolazione sublunare della realtà, il legame del premier con una minorenne.

Signorini spiega come vanno le cose in casa dell'Egoarca, premier e tycoon. Direttamente con le redazioni o, indirettamente, da strutture esterne o da chi vuole qualche euro facile - i direttori raccolgono fango adatto a un rito di degradazione. Una volta messa al sicuro la poltiglia del disonore (autentica o farlocca, a costoro non importa), il direttore avverte i vertici del gruppo, l'amministratore delegato e il presidente. Che si incaricano di informare l'Egoarca. A questo punto, il premier è padrone del gioco. Pollice giù, e scatta l'aggressione. Pollice su, e il malvisto finisce in uno stato di minorità civile. Accade al giudice Mesiano, spiato dalle telecamere di Canale5.

Berlusconi addirittura annuncia l'imboscata: "Presto, ne vedremo delle belle". Accade al direttore dell'Avvenire, Dino Boffo, colpevole di aver dato voce all'imbarazzo delle parrocchie per la vita disonorevole del premier. Accade al presidente della Camera, Gianfranco Fini, responsabile di un cauto e motivato dissenso politico. Accade a Veronica Lario, moglie ribelle. A ben vedere, accade oggi al ministro dell'Economia che può intuire sul giornale del premier qualche avvertimento. Suona così: "Tremonti in bilico"; "Se Tremonti va, Draghi arriva". C'è da chiedersi: quanti attori del discorso pubblico sono oggi nella condizione di sottomissione che anche Marrazzo era disposto ad accettare?

Quarto e ultimo quadro, allora. Non viviamo nel migliore dei mondi. La personalizzazione della politica ha cambiato ovunque le regole del gioco e il fattore decisivo di ogni competizione è la proiezione negativa o positiva dell'uomo politico - e della sua affidabilità - nella mente degli elettori. È la ragione che fa del "killeraggio politico - scrive Manuel Castells (Comunicazione e potere) - l'arma più potente nella politica mediatica". I metodi sono noti. Si mette in dubbio l'integrità dell'avversario, nella vita pubblica e in quella privata. Ricordate che cosa accade a McCain e Kerry? Si ricordano agli elettori, "in modo esplicito o subliminale", gli stereotipi negativi associati alla personalità del politico, per esempio essere nero e musulmano in America. È la lezione che affronta Barack Obama. Si distorcono le dichiarazioni o le posizioni politiche. Si denunciano corruzione, illegalità o condotta immorale nei partiti che sostengono il politico. Naturalmente, le informazioni distruttive si possono raccogliere, se ci sono; distorcerle, se appaiono dubbie o controverse; fabbricarle, se non ci sono. È uno sporco lavoro, che ha creato negli Stati Uniti, dei professionisti. Uno di loro, Stephen Marks, consulente dei repubblicani, ha raccontato in un libro (Confessions of a Political Hitman, Confessioni di un killer politico) il suo modus operandi. È interessante riassumerlo: "Passo I, il killer politico raccoglie il fango. Passo II, il fango viene messo in mano ai sondaggisti che determinano quale parte del fango arreca maggior danno politico. Passo III, i sondaggisti passano i risultati a quelli che si occupano di pubblicità, che passano i due o tre elementi più dannosi su Tv, radio e giornali con l'intento di fare a pezzi l'avversario politico. Il terzo passo è il più notevole. Mi lascia a bocca aperta l'incredibile talento degli addetti ai media... quando tutto è finito, l'avversario ha subito un serio colpo, da cui non riesce più a riprendersi". Qui, quel che conta è la segmentazione del lavoro e soprattutto "l'incredibile talento degli addetti ai media" perché devono essere i più abili e i più convincenti. I media, negli Stati Uniti, non sono a disposizione della politica e per muoverli occorre "provocare fughe di notizie rimanendo al di fuori della mischia", offrire "merce" che regga a una verifica, a un controllo, che sia significativa e in apparenza corretta anche quando è manipolata.

In Italia, non esiste questo scarto. Non c'è questa fatica da fare perché non c'è alcuna segmentazione della politica mediatica. Uno stesso soggetto ordina la raccolta del fango, quando non lo costruisce. Dispone, per la bisogna, di risorse finanziarie illimitate; di direzioni e redazioni; di collaboratori e strutture private; di funzionari disinvolti nelle burocrazie della sicurezza, magari di "paesi amici e non alleati". Non ha bisogno di convincere nessuno a pubblicare quella robaccia. Se la pubblica da sé, sui suoi media, e ne dispone la priorità su quelli che influenza per posizione politica. È questa la "meccanica" che abbiano sotto gli occhi e bisogna scorgere - della "macchina" - la spaventosa pericolosità e l'assoluta anomalia che va oltre lo stupefacente e noto conflitto d'interessi. Quel che ci viene svelato in queste ore è un sistema di dominio, una tecnica di intimidazione che mette freddo alle ossa, che minaccia l'indipendenza delle persone, l'autonomia del loro pensiero e delle loro parole. I più onesti, dovunque siano, dovrebbero riconoscerlo: non parliamo più di trasparenza della responsabilità pubblica, di vulnerabilità, di pubblico/privato. Più semplicemente, discutiamo oggi della libertà di chi dissente o di chi si oppone. O di chi potrebbe sentirsi intimidito a dissentire o a opporsi all'Egoarca.


http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/cronaca/marrazzo-caso/marrazzo-caso/marrazzo-caso.html
FONTE

L’UNIONE EUROPEA DA PROVA DI GRANDE MACHIAVELLISMO

- di Karl Müller -

Appena un anno e mezzo fa, nel maggio 2008, il 55% dei votanti irlandesi diceva no al Trattato di Lisbona. Il 2 ottobre 2009 erano solo il 35%, sebbene il Trattato sia lo stesso.

Una cosa simile è possibile grazie ai metodi dell’UE. Ed è alquanto inquietante, poiché questi metodi han raggiunto alto livello di machiavellismo.

Abbiamo spezzato le gambe agli Irlandesi. Sappiamo bene che sono loro ad aver sofferto maggiormente della politica finanziaria dell’UE, ma se ne sa molto meno del fatto che l’UE se l'è presa duramente con l’identità religiosa di questo popolo. Così duramente, che all’inizio del giugno 2009, molti mesi prima del referendum, il Frankfurter Allgemeine Zeitung, parlando della campagna contro la Chiesa cattolica d’Irlanda, in un articolo intitolato “L’Irlanda dubita di sé stessa”, giungeva a questa conclusione: “Secondo i sondaggi d’opinione irlandesi, questa volta il sì al Trattato di Lisbona sarà maggioritario”.


Naomi Klein ha chiamato la strategia usata verso l’Irlanda “strategia dello choc” e ha scritto un importante libro in proposito [1]. Si tratta di una politica di forza che, servendosi di metodi brutali, mette la popolazione di un paese in uno stato di choc paralizzante e usa questa paralisi per imporre una politica contraria agli interessi del popolo.

E ora, il presidente della Repubblica Ceca Václav Klaus è al centro del mirino. All’inizio del dicembre 2008, si è potuto rendere conto del modo in cui l’UE tratta chi non vuole sottomettersi ai diktat di Berlino, Parigi, Londra e Bruxelles. Un gruppo di deputati del Parlamento europeo è andato a trovarlo e l’ha obbligato a pubblicare, dopo l’incontro, il verbale dei loro incontri [2]. Vi si leggono chiaramente le idee del parlamentare Daniel Cohn-Bendit: “Il suo parere sul Trattato di Lisbona non mi interessa. Dovrà ratificarlo. Inoltre, voglio che mi spieghi il grado di amicizia che la lega al Signor Ganley [capo del partito irlandese Libertas, la cui campagna ha contribuito in maniera notevole al successo del no al referendum del maggio 2008]. Come può incontrare un uomo di cui non si conoscono i finanziatori? Vista la vostra funzione, non deve rincontrarlo”.

Il presidente ceco ha reagito in un modo abbastanza comprensibile: “Da sei anni [da quando è presidente], nessuno mi ha mai parlato con questo tono. Non siamo sulle barricate di Parigi. Credevo che tra di noi non si usassero più questi metodi da 19 anni. Vedo che mi sono sbagliato. Non avevo vissuto niente del genere da 19 anni. Credevo che tutto questo appartenesse al passato, che vivessimo in una democrazia, ma l'UE funziona proprio come una post-democrazia. Avete parlato di valori europei. Questi sono innanzitutto la libertà e la democrazia ed è a questo valori che sono maggiormente attaccati i cittadini dell'UE, ma oggi essi spariscono pian piano”.
Ecco il punto di vista ufficiale: il presidente dell'UE Reinfeldt prima dell'incontro con il primo ministro ceco Fischer a Bruxelles, ha dichiarato: “Nel conflitto riguardante la ratificazione del Trattato di Lisbona, l'Unione europea non vuole esercitare pressioni sulla Repubblica Ceca. Dobbiamo rispettare il processo di ratificazione in questo paese”. (Deutschlandfunk, 7 ottobre).
Anche il Neue Zürcher Zeitung – pur non essendo la Svizzera membro dell'UE – scriveva, il 6 ottobre: “L'ultimo atto della tragedia ceca sul Trattato di Lisbona con Václav Klaus nel ruolo principale, finirà presto. Se il presidente non vuole piegarsi, la cosa più logica sarebbero le sue dimissioni”.

È facile capire cosa l'aspetta. Nel frattempo, ci si chiede già chi dovrebbe occupare il nuovo posto di presidente dell'UE. Molti parlano dell'ex primo ministro britannico Tony Blair. Bene, bisogna sapere che Blair è un bugiardo e un criminale di guerra che ha perso la stima di tutto il pianeta. Se questa proposta è seria – e ci sono varie ragioni per crederlo – questo vuol forse dire che l'UE non prende affatto in considerazione l'opinione mondiale.



Ma questo può anche voler dire che coloro che tirano i fili nell'UE non vogliono che quest'ultima sia capace d'agire e preferiscono un insieme di Stati paralizzati e impotenti, Stati che devono essere tenuti al guinzaglio da un paio di Stati, nell'interesse di grandi potenze nazionali e diretti dall'alta finanza: primi fra tutti, la Francia di Sarkozy e la Germania di Merkel. Bisogna prendere sul serio le nuove maggioranze del Consiglio formatesi in base al Trattato di Lisbona e l'avvertimento lanciato dal ministro lussemburghese degli Affari esteri Jean Asselborn all'inizio dello scorso maggio: “L'UE è cambiata: è sottomessa alla volontà di un direttorio di grandi e di qualche loro vassallo”.

Da molto tempo, la Germania, la Francia (e la Gran Bretagna) conducono una politica di grandi potenze, servendosi dell'UE per raggiungere i propri scopi: in particolar modo, la Germania in Europa dell'Est e del Sud-Est, la Francia nello spazio mediterraneo. Quanto alla Gran Bretagna, essa continua la politica di ex potenza coloniale.

Il Trattato di Lisbona è un trattato leonino per gli altri paesi europei. Non vale la pena aderire all'UE e quelli che sono obbligati a farlo, potrebbero chiedersi se non dovrebbero uscirne.


Fonte: http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid;=15779

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARINA
FONTE

ATTACCO AL LAVORO: IL NUOVO CONTRATTO DEI METALMECCANICI

Con l’accordo separato di ottobre fra i sindacati [ormai definibili a pieno titolo “gialli”] Fim-Cisl e Uilm-Uil e la Federmeccanica per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, l’attacco ai diritti e al potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti si precisa in termini di “profondità” e di gravità.

La questione, è meglio precisare subito, non riguarderà soltanto i lavoratori del settore metalmeccanico, il loro contratto, i loro diritti e le loro prospettive di tutela sul posto di lavoro, ma nel prossimo futuro riguarderà direttamente anche tutti gli altri lavoratori dipendenti, perché è chiaro che il Ccnl dei metalmeccanici funge da banco di prova per far pagare interamente il conto della crisi e il costo della cassa integrazione guadagni, non certo alla Grande Finanza e all’Industria Decotta – che hanno pesanti responsabilità in ordine alla crisi italiana –, ma ai già miseri e fiscalmente tartassati redditi da lavoro dipendente e rappresenterà una tappa importante, decisiva per giungere, alla fine della fiera, ad avere campo libero in materia di licenziamenti e di eventuali, nuove assunzioni.

Anzi, dopo le ondate di disoccupazione che è ragionevole aspettarsi anche nel 2010 – primo anno di vigenza di tale contratto – eventuali assunzioni, o riassunzioni, potranno avvenire a condizioni decisamente favorevoli per il Capitale e punitive per il Lavoro, consentendo una piena “ristrutturazione” di ciò che rimarrà in piedi del sistema produttivo italiano, ri-mercificando pienamente il lavoro senza più difese e procedendo sulla via della modificazione dell’ordine sociale, nel senso di una “brasilianizzazione” a piè sospinto della società italiana con la concentrazione di ricchezza, potere e “prestigio sociale” [i classici, maxweberiani differenziali di classe] interamente nelle mani di pochi.

Assieme ad una parte economica miserrima, che determinerà per i prossimi tre anni peggioramenti significativi nelle condizioni di vita materiali di tutti i lavoratori metalmeccanici, i sindacati “gialli” firmatari hanno permesso l’applicazione di una subdola tecnica dilatoria, grazie alla quale le tranches maggiori di aumento scatteranno a partire dal 2011 ed hanno sottoscritto l’introduzione e l’attivazione del così detto “Ente bilaterale”, o meglio dell’Organismo bilaterale nazionale per il settore metalmeccanico e della installazione d’impianti, finanziato sostanzialmente dai contributi [in parte consistente dei lavoratori] stabiliti dallo stesso Ccnl.

Entrando brevemente e da non “esperti” nel merito della parte economica, si nota che l’aumento medio – per la 5a categoria – è di 110 euro lordi, di cui soltanto 28 euro lordi corrisposti per il 2010 [a far data dal primo gennaio], mentre al primo gennaio 2011 arriveranno 40 euro e il primo gennaio 2012 42 euro.

Se pensiamo che una buona parte del milione e mezzo di lavoratori metalmeccanici è inquadrata in 3a categoria, per moltissimi gli aumenti lordi saranno ancora inferiori, rasentando cifre insignificanti, inferiori persino a quelle della social card tremontiana: 24,15 euro con la prima tranche, 34,50 con la seconda e 36,23 con l’ultima.

Una sorte migliore non avranno coloro che sono inquadrati nella 7a categoria, poiché del lordo totale pari a 144,38 euro per il prossimo triennio, nel 2010 vedranno soltanto 36,75 euro.

Con l’accordo separato per il Ccnl metalmeccanico si costituisce altresì un Fondo di sostegno al reddito ad adesione volontaria, che dovrebbe essere impiegato a favore di quei lavoratori che subiscono riduzioni di reddito per periodi prolungati, al quale oltre alle imprese contribuiranno con un euro mensile di prelievo [versamento a gennaio 2013] i lavoratori che vi avranno aderito.

Sullo sfondo si staglia l’ombra della [mitica] contrattazione di secondo livello, probabile ultima spiaggia per integrare con qualche spicciolo questo possibile, futuro e pessimo Ccnl, pensato per affossare più che sostenere il “potere d’acquisto” dei metalmeccanici.

Ipocritamente, nel testo dell’accordo-truffa si pone l’accento sugli agognati Premi di risultato e sui “sistemi incentivanti”, opportunamente defiscalizzati [ad evidente vantaggio del Capitale], perché in realtà si vuole favorire l’estensione delle voci variabili stipendiali, in progressiva sostituzione delle componenti fisse della retribuzione che sole possono garantire al lavoratore dipendente un reddito non soggetto ad incertezza.

Il nocciolo della questione – vista in prospettiva – è che si vuole “scardinare” la contrattazione di primo livello, fingendo di esaltare il merito, la produttività, l’introduzione generalizzata di sistemi incentivanti con la contrattazione aziendale, ma puntando subdolamente al terzo livello di contrattazione, quello che maggiormente esalta il potere e la forza del Capitale davanti al Lavoro, e che “lascia solo” il lavoratore, ormai atomizzato, nella condizione di in-dividuo con poca o nessuna tutela effettiva, davanti alla parte più forte.

I prossimi tre anni saranno dunque anni molto duri, e questo anche per gli stessi iscritti ai sindacati “gialli” firmatari, la Fim-Cisl e la Uilm-Uil.

Ma la cosa che risulta evidente a tutti coloro che sono in buona fede, è che questo accordo è stato fatto senza la Fiom-Cgil, presente alle trattative soltanto con un osservatore, e, di fatto, è stato siglato dalle “parti sociali” in perfetta concordia, contro il sindacato più rappresentativo dei lavoratori del settore, con il placet del governo Berlusconi e con il silenzio compiacente del cartello elettorale del Pd.

Se si trattasse soltanto di manovre per emarginare la Cgil ed in particolare la Fiom al suo interno, visti come avversari “politici” per la supremazia nel mondo del lavoro dipendente, la cosa sarebbe forse un po’ meno grave di quanto è in realtà, perché il vero scopo è quello di emarginare i lavoratori tutti, di ridurli a merce “muta”, di impedire che possano partecipare alle decisioni che riguardano il loro futuro.

Non a caso i vertici di Fim-Cisl e Uilm-Uil – gli auxiliares di Confindustria e quinta colonna in questo decisivo attacco al lavoro dipendente – faranno di tutto pur di impedire di far votare l’accordo a tutti i metalmeccanici, come dovrebbe essere e prescindendo dal fatto che siano iscritti o meno ad un sindacato.

Mi è stato fatto notare, da chi ha competenza in queste materie ed esperienza in campo sindacale, che il quadro generale dell’offensiva contro il lavoro dipendente [e gli stessi lavoratori] deve essere ricostruito “mettendo insieme”, come si fa con le tessere sparse di un mosaico da ricomporre, la legge finanziaria del governo, il libro verde di Sacconi, i protocolli di intesa fra i governi e le parti sociali [dal Protocollo sulla politica dei redditi e dell’occupazione, sugli assetti contrattuali, sulle politiche del lavoro e sul sostegno al sistema produttivo e siglato dalle parti sociali nel lontano mese di luglio del 1993 all’Accordo Interconfederale del 15 di aprile 2009] fino ad arrivare al livello contrattuale, livello in cui l’attacco al lavoro si concretizza e si precisa nelle parti economica e normativa.

Ma questo attacco, partito con la così detta “marcia dei quarantamila” quadri e impiegati della FIAT il 14 di ottobre del lontano 1980, guidata da Luigi Arisio e promossa dalla storica azienda, continuato con il blitz contro la scala mobile e l’adeguamento automatico delle retribuzioni all’inflazione nel giorno di San Valentino, il 14 febbraio del 1984 – in un processo ormai storico che ha determinato la “rotta di classe” della classe operaia, salariata e proletaria e che è giunto quasi a compimento – oggi è rivolto con decisione, approfittando della crisi sistemica, contro il livello contrattuale nazionale ed ancora una volta, nell’affondo finale e conclusivo, in primo luogo contro i diritti dei lavoratori metalmeccanici.

La cosa grave è che tale processo di ri-mercificazione del lavoro e di ri-plebeizzazione dei lavoratori ha trovato una sponda utile in un certo sindacalismo, pur minoritario, che assieme ai diritti dei lavoratori, alla così detta democrazia sindacale [per altro già di per sé insufficiente], sta vendendo, come si faceva nel mondo ellenistico-romano della “villa” con gli schiavi, le persone, le loro famiglie e il loro futuro.

Evidentemente questo frammento di sindacato [CISL e UIL], prono davanti ai voleri della Grande Finanza & Industria Decotta e della politica italiana sistemica che funge da supporto a tali interessi, sta cercando con ogni mezzo e a qualsiasi prezzo di sopravvivere alla “onda d’urto” della distruzione creatrice, scatenata dalla “tempesta perfetta” della crisi finanziaria globale, ed anzi di trarne vantaggio – quale centro di potere autoreferenziale e co-gestore degli “Enti bilaterali” – proponendosi come docile strumento al servizio dei soliti “poteri forti”.

Attraverso l’escamotage degli “Enti bilaterali” si decideranno in futuro assunzioni e licenziamenti, si farà formazione, si “flessibilizzerà” ulteriormente il lavoro e si aumenterà la dipendenza dei lavoratori dalle direzioni aziendali, diminuendo le tutele legali e rendendo il lavoro dipendente in modo sempre più pieno ed evidente una merce, mentre invece è parte, inscindibile dal tutto, dell’esperienza esistenziale delle persone e un loro carattere “istitutivo”.

Non è bastato, dunque, lo scudo fiscale concesso quale regalo e premio alla grande evasione, dalla mafia agli speculatori finanziari, da una certa Confindustria ai trafficanti di droga che muovono centinaia di milioni di euro … la distruzione creatice innescata dalla crisi prevede anche l’attacco al lavoro dipendente e, in ultima analisi, all’Etica stessa, se si concepisce l’Etica come Logos, cioè come razionalità ed equilibrata distribuzione della ricchezza e del potere.

Riflettano su questo brutto e insidioso accordo, dunque, tutti i lavoratori, siamo essi impiegati o operai, iscritti alla Fiom o non iscritti, aderenti ai sindacati “che hanno tradito” o non aderenti, perché il momento storico è grave e solenne, e fra tre anni – alla scadenza del contratto dei metalmeccanici in via di rinnovo – niente sarà più come prima.

Fonte: http://anchesetuttinoino.splinder.com/post/21542808/ATTACCO+AL+LAVORO%3A+IL+NUOVO+CO
FONTE

Radio Padania, "I trans sono cessi immondi, aborti della natura"

Ecco, se quei leader di sinistra cui capitasse di provare certe attrazioni sessuali reagissero, una volta sgamati, con un orgoglioso "Sì, mi piacciono i trans. E allora?", invece di ripiegare su di un codardo "E’ una mia debolezza privata", espressione umanamente comprensibile, ma inaccettabile, per il detestabile non-detto che essa si porta dietro, se a pronunciarla è chi si è addossato l’onere di trasformare in meglio la società ("debolezza", a differenza di "gusto", indica uno strappo alla norma - ovvero i trans come anormali, freak che vivono nell’ombra e che nell’ombra é giusto che rimangano, e comunque nell’ombra immediatamente ricacciati da uomini dal portafogli forse troppo carico per poter essere uomini davvero), se la sinistra, insomma, ribaltasse la prospettiva e decidesse di farsi finalmente carico delle istanze della comunità transgender, cominciando magari col rivendicare una maggior pulizia di linguaggio ( con troppa disinvoltura si tende ad esempio a parlare di "trans" come se il termine fosse da sé sinonimo di "trans che si prostituiscono"), allora, forse, si starebbe già facendo qualcosa per contrastare quelle pulsioni (esse sì anormali) che periodicamente riemergono, forti di un senso di impunità generale.

Come testimonia questa telefonata giunta a Radio Padania, durante la quale i trans vengono definiti "cessi immondi", "aborti della natura", senza che la conduttrice in studio (e non è la prima volta che succede) ritenga opportuno interrompere il collegamento, o almeno prendere le distanze, obiettare, censurare. Nemmeno quando dall’altra parte del telefono vengono invocate, per i migranti, le "espulsioni di massa, come in Germania":


Clicca per ascoltare un estratto di Radio Padania Radio Padania, "I trans sono cessi immondi ed aborti della natura"

Fonte: http://danielesensi.blogspot.com/2009/10/radio-padania-i-trans-sono-cessi.html
FONTE

Marrazzo e Berlusconi, dimissioni subito

- di Giuseppe Giulietti -


Siamo amici di Piero Marrazzo, lo conosciamo da anni e lo abbiamo stimato e lo stimiamo per le campagne civili delle quali è stato protagonista, da giornalista e da amministratore.

Non abbiamo dunque alcun rancore pregresso e non parteciperemo del livore postumo, sport tanto amato dal centro sinistra nelle sue diverse famiglie.

Proprio per queste ragioni avremmo preferito che Marrazzo si dimettesse subito, confessasse l'accaduto, sgomberasse il campo da ogni ambiguità per poter affrontare le altre ambiguità che circondano questa storia.

Per l'ennesima volta il centro sinistra si è fatto prendere in castagna e non ha saputo reagire alla sconcia offensiva scatenata da Gasparri e camerati vari.

Gli inventori dei doli e dei lodi invocano la fustigazione di Marrazzo, dopo aver plaudito ai silenzi del capo, alle bugie nei tribunali e nelle aule parlamentari, alle minacce contro gli istituti di garanzia, alle condanne per corruzione dei più stretti collaboratori del presidente.

Marrazzo si deve dimettere, non abbiamo dubbio, ma vogliamo almeno chiedere le dimissioni di Berlusconi, oppure non si può?

Marrazzo doveva denunciare il tenativo di ricatto, anche su questo non possono esserci dubbi e incertezze, ma chi sono questi 4 carabinieri definiti mele marce dai loro superiori? Chi li ha coperti? Perchè la onorevole Mussolini dichiara che di questi ricatti si sentiva parlare da anni? Siamo proprio sicuri che tra i carabinieri arrestati non ci siano persone premiate per la loro attività professionale proprio dai superiori?

Ci sarà qualche giornalista che oltre a dedicarsi, giustamente e legittimamente, alle biografie delle varie Natalina e Paloma, voglia anche scavare nelle biografie dei quattro carabinieri indicati come una sorta di nuova banda della Magliana?

Per concludere vogliamo rivolgere un cortese cenno di plauso ai tg del polo Raiset che, per una volta a reti unificate, hanno dato grande risalto alle vicende private di un politico.

Di Marrazzo ora sappiamo tutto. Una bella svolta rispetto al passato, quando il direttore del tg1 e i suoi fratelli, con aria sdegnata e schifata, ebbero a spiegare che un giornale serio non può certo abbandonarsi al gossip, al pettegolezzo, alla spazzatura.

Così non è stato per il governatore del Lazio, così è stato invece per l'inchiesta di Bari e per i festini di Palazzo Grazioni e di villa Certosa.

Non abbiamo dubbio alcuno che, dopo la svolta di questi giorni, tutti i tg del polo Raiset non avranno più remore, tratteranno i politici nello stesso modo, non guarderanno in faccia a nessuno, neppure al Presidente del Consiglio che pure è il loro editore di riferimento, o no?


http://temi.repubblica.it/micromega-online/marrazzo-e-berlusconi-dimissioni-subito/
FONTE

LA FABBRICA DEL MONDO: LO SFRUTTAMENTO IN CINA

- di Romina Arena -

Il miracolo economico cinese ha reso il Paese una pestifera fabbrica mondiale in cui al progresso sfrenato si mischiano le condizioni disumane del lavoratori che quello sviluppo hanno contribuito a forgiare senza trarne in cambio altro che sfruttamento e povertà. Un breve viaggio in questa miseria vuole tentare di fare luce sulle miserevoli condizioni dei lavoratori in questo pezzo di Asia.

La corsa al capitalismo sfrenato, la crescita economica pachidermica, l’invasione dei mercati con merci di scarsa qualità, nocive per la salute dell’uomo, l’impoverimento dell’ambiente e l’alto tasso di inquinamento sono il prezzo da pagare per diventare grandi. Ma il conto, come sempre nella storia, non lo paga chi ordina dal menù, ma chi serve al tavolo: i lavoratori, le donne, gli uomini ed i bambini che sulla loro pelle vivono una quotidiana violazione dei diritti umani.

Questo è quanto accade nella Cina del miracolo economico.
La coscienza civile si indigna, ma le istituzioni, i grossi circoli economici e le multinazionali tacciono.
La Cina muove miliardi, perché infastidirla più del dovuto?

Le dichiarazioni ufficiali in merito alla violazione dei diritti umani non vanno oltre un registro diplomaticamente sostenibile, fatto di “si esprime la preoccupazione”, “dura condanna”, senza che a questo segua nulla di concreto.

Dopo i fatti di Piazza Tienanmen, nel 1989, gli Stati membri dell’Unione imposero sanzioni pesanti sugli aiuti ed il commercio e la sospensione delle relazioni diplomatiche con Pechino. Furono così sospesi i nuovi progetti di aiuto e bandita la vendita delle armi. Ma la cosa durò poco essendo quasi immediatamente ripreso un graduale aumento dell’assistenza allo sviluppo, mentre le repressioni dei dissidenti aumentarono.

Sembra che le sanzioni siano state prese più che altro per dimostrare all’opinione pubblica che l’Unione europea non stava a guardare e volendo fare credere di assumere delle posizioni in merito.

Non si è infatti mai fatto riferimento al ricorso a misure negative, come un embargo commerciale; oppure a misure economiche restrittive, a sanzioni diplomatiche, né si rinnovò il supporto alla risoluzione della Commissione Onu sui diritti umani che condannava la Cina e che fino al 1989 era invece stata sottoscritta congiuntamente da tutti gli Stati membri. Le opportunità di commercio ed investimenti intraviste dagli Stati membri nell’economia cinese in rapida espansione richiedeva la necessità di chiudere un occhio sui diritti umani, assumendo le ragioni del mercato e dell’interesse affaristico.

In questo caso, chiudere un occhio significa guardare più al business che alla vita dei cinesi dietro la quale esiste una miseria che si schianta contro il luccichio del progresso.

Nel 2001 Kiu Jingmin, vicepresidente del comitato promotore delle Olimpiadi di Pechino 2008, affermò che portare i Giochi in Cina avrebbe significato aiutare lo sviluppo dei diritti umani. Ormai lontani da quell’evento, il risultato è una macchina pantagruelica che ha fagocitato forza lavoro sfruttata e sottopagata, priva dei più elementari dei diritti. Amnesty International chiama “sottoclasse urbana”, la manodopera costituita da milioni di migranti che dalle campagne si spostano nelle città in cerca di lavoro.

Forse sarebbe più corretto chiamarla “sottoclasse urbanizzata”, ma questo non cambia il fatto che siano esclusa da qualsiasi forma di servizio sanitario ed educativo statale, costretti a vivere in condizioni disumane e lavorare sotto il più agghiacciante degli sfruttamenti, senza nessuna copertura sindacale dal momento che l’unico sindacato presente sta dalla parte dei padroni.

Chi si sposta dalla campagna alla città per lavoro è considerato residente temporale: uno status da ottenere attraverso una procedura burocratica estremamente complessa (sistema dello hukou). Se si pensa che gran parte della popolazione rurale cinese sia analfabeta questo complica ancora di più le cose.

Gli strumenti nelle mani dei datori di lavoro sono molteplici e sapientemente mescolati formano un cappio ben stretto intorno al collo dei lavoratori. Chi manifesta l’intenzione di licenziarsi rischia di vedere decurtato il proprio stipendio di circa 3 mensilità; in vista del Capodanno le paghe vengono congelate così da costringere i lavoratori a rientrare subito sul posto di lavoro.

Così mentre in occidente dalle vetrine spuntano invitanti un paio di Timberland che costano 150 euro, in Cina un ragazzino di 14 anni guadagna 45 centesimi per cucirle, lavorando 16 ore al giorno, senza assicurazioni sanitarie, rischiando la salute per i prodotti altamente tossici utilizzati senza alcuna forma di protezione.


Proprio il caso Timberland, in qualche modo, ha permesso di aprire uno spiraglio nel vaso di pandora che è il sistema lavorativo cinese. Gli operai hanno parlato, hanno denunciato la Kingmaker footwear, un’azienda subappaltata che ha come unico committente la Timberland. Ha 4.700 dipendenti di cui l’80% donne e poi anche ragazzini tra i 14 ed i 15 anni. In fabbrica si entra alle 7:30 e si esce alle 21:00; due pause per pranzo e cena e straordinari obbligatori anche dopo l’orario ufficiale di lavoro.

China Labor watch, un’associazione umanitaria, ha raccolto le testimonianze degli abusi e delle torture subite tra le mura di quell’azienda che lavora su licenza per il più prestigioso marchio americano che nel 2004 la rivista Fortune incoronò come migliore azienda dell’anno per le relazioni umane. I lavoratori denunciano orari di lavoro massacranti che aumentano in determinati periodi dell’anno in corrispondenza con l’aumento degli ordini; puntano il dito contro una paga mensile di 757 yuan, pari a circa 75 euro, il 44% della quale viene detratto per pagare vitto ed alloggio (camerate in cui si stipano 16 persone su brande di metallo e mense che servono cibo avariato). Una mensilità viene sempre trattenuta a mo di caparra per vincolare l’operaio al posto di lavoro.

La Timberland si scusa, assicura, attraverso il suo direttore per le relazioni esterne, Robin Giampa, che le responsabilità verranno accertate e che i problemi relativi alle condizioni di lavoro “verranno risolti”.

Peccato che sia stata necessaria l’esasperazione e la disperazione degli operai a fare venire fuori il marcio dall’azienda e non i sopralluoghi che la Timberland, due volte l’anno, conduce sulle fabbriche cinesi che lavorano per suo conto.

La Timberland, però, non è l’unica a rimestare nel torbido. Anche la Puma, con le sue scarpe da 178 euro, non scherza anche se un lavoratore cinese, pensate, per la loro produzione guadagna ben 90 centesimi di dollaro.

Il colosso tedesco ha la propria fabbrica per procura, la Pou Yuen, nel Guandong, cuore pulsante della fabbrica mondiale, con 30000 dipendenti che lavorano dalle 7 del mattino alle 23, senza protezione, soprattutto quelli destinati al reparto confezione, dove si incollano le scarpe.

In occidente, ma facciamo l’esempio dell’Italia, troviamo molto convenienti quei prodotti che si vendono nei negozi cinesi che hanno ormai monopolizzato il mercato.

Non ci sfiora neanche l’idea di cosa possa esistere dietro quello che non additiamo falsamente come un affarone, perché in Cina lo sfruttamento non porta solo il nome del grosso brand.

Esiste lo squallore di piccoli padroni senza scrupoli, che lavorano in proprio, sfruttando manodopera minorile; ragazzini tra i 12 ed i 13 anni affetti da herpes per l’inquinamento da coloranti industriali, con problemi alla vista per le ore passate a fissare gli aghi che cuciono i vestiti.

Già, i bambini. Dovrebbero giocare, andare a scuola, divertirsi e crescere sereni. Tutti i bambini? In teoria si, ma in pratica questo è un privilegio che pare spettare solo ai grassi e fortunati bambini occidentali, mentre gli altri schiattano dentro le fabbriche. Quelle appaltate dalla Disney, per esempio, come la Yiuwah, che serve anche Coca-Cola e Ma Sha, per la grande distribuzione in tutti gli Stati Uniti, il Canada, la Germania, il Belgio, l’Australia, il Giappone.

La Yiuwah viola sistematicamente i diritti dei lavoratori spesso minorenni se non addirittura bambini, costretti a lavorare, per lo più senza un regolare contratto, in ambienti insalubri per 0,71 centesimi di dollaro l’ora ed alle donne sono negate le aspettative per la maternità. Questo è quello che emerge dal rapporto condotto da Clw nell’aprile di quest’anno.

Il progresso si ciba della disperazione. Per una famiglia della Cina rurale, con uno stipendio annuo fissato intorno ai 200 euro, mandare il proprio figlio in fabbrica è il modo più logico per sopravvivere. Per le ragazzine, nel Guandong esiste anche un’altra alternativa: la prostituzione.

Non era esattamente questo che ci si aspettava dallo sviluppo quando Roosevelt parlò di quelle libertà tra cui spiccava anche quella dal bisogno.

Fonte: Terranauta
FONTE